Recentemente ci è capitato di leggere un interessante articolo che parlava delle emozioni: ne parlava osservandole con l’occhio dell’antropologo.

Non è molto tempo che la ricerca antropologica ha messo sotto i riflettori il tema delle emozioni. L’interesse verso le emozioni nasce dall’ambito degli studi relativi alla costruzione del Sé rapportato alle altre diverse identità.

 

Noi sappiamo che i vari stati d’animo che attengono all’interiorità possono declinarsi in sentimenti, sensazioni ed emozioni che sono sfaccettature del sentire (che ci prendono e, a volte, ci possiedono) non sempre facilmente incasellabili in precisi insiemi. Ma pur se a volte sfuggono alle catalogazioni nette, a tutti noi è chiaro di cosa stiamo parlando: ci riferiamo alla felicità, alla passione, alla speranza alla demotivazione, all’amarezza, all’angoscia, all’ansia…e così via discorrendo. Sensazioni che mentalmente ci appartengono.

Ma se le nostre emozioni ci appaiono evidenti, si possono per questo considerare universali?

La risposta è no. Gli antropologi ci dicono che gli stati d’animo non sono universali, o, per meglio dire, non vengono espressi ovunque nel mondo nello stesso modo.

Perché gli stati d’animo emozionali non sono determinati geneticamente, ma sono esteriorizzati in relazione ai modelli culturali assimilati nell’infanzia e successivamente elaborati nel corso della vita.

E anche perché le emozioni si manifestano differentemente, originandosi da una decodifica (appresa appunto nel proprio contesto culturale) che si esprime secondo un grado di intensità regolato dall’attenuazione, dall’inibizione, dall’intensificazione e dal mascheramento.

 

Dunque non bisogna stupirsi se il termine e il concetto di “collera” non trovano spazio nella cultura degli eschimesi Utku, e se in Micronesia per gli Ifaluk la “rabbia” è lo stimolo che serve a far apprendere ai bambini che l ‘eccitazione è un comportamento riprovevole e quindi da controllare o reprimere.

Non c’è da stupirsi se i Cinesi sono abituati a nascondere le proprie emozioni, mentre gli Amazzonici sottolineano pubblicamente la loro rabbia in determinate circostanze. Neanche c’è da stupirsi se presso alcune popolazioni del Nordafrica onore e lutto devono essere pubblicamente esibiti e manifestati con una serie precisa di gesti del corpo. E non c’è da stupirsi se gli Ilongot, tribù che vive nella zona est dell’isola di Luzon nelle Filippine, utilizzano la parola liget che ha un significato intraducibile che indica un’emozione che è la sintesi fra rabbia, passione e dolore.

 

Questi sono solo alcuni esempi che concorrono a spiegare come tutte le culture, a modo loro, fanno i conti con le emozioni. Un punto di vista, quello antropologico, molto interessante di cui vi abbiamo dato qualche spunto con l’intento di solleticare curiosità da sopire con buone letture.

 

“L’aspetto delle cose varia secondo le emozioni, e così noi vediamo magia e bellezza in loro: ma bellezza e magia, in realtà, sono in noi.” (Kahlil Gibran, Le Ali spezzate)

 

Le emozioni. Etnopsicologia dell’autenticità, Vinciane Despret, Elèuthera 2002

Storia delle emozioni, Jan Pampler, il Mulino 2018

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